Un secolo di tramonto.

Oswald Spengler spiegava col suo pensiero verso quale destinazione sarebbe finita la civiltà occidentale, in quale tragico imbuto sarebbero stati convogliati migliaia di anni di storia, arte, cultura, qualcosa di unico ed irripetibile, a quanto si sappia, per l’intero universo.

Quando la civiltà sosteneva, si fa “civilizzazione”, come era già avvenuto in bozza colla rivoluzione industriale del secondo Ottocento, a mo’ quasi di lezioncina da bigino per scolari in difficoltà, crea masochisticamente la parodia di se stessa, al pari di un ego ipertrofico che comincia a raccontare, smargiasso, le proprie imprese.

E parodia , pur spettacolare ma decisamente cieca e dannosa, ci appare ora lo stesso furore neoilluministico di chi , sia esso apparato politico o megafono giornalistico ed editoriale, parla in questi tempi di terrore in nome di una Europa laica della accoglienza delle culture e delle religioni “altre”, declinando il nuovo circo Barnum sotto il cappio di governi asserviti alla dea ragione dell’euro al punto di impedire la nascita di nazioni autentiche come la Catalogna o la rinascita di certe antiche entità statali che decidono semplicemente di salvare una identità minacciata dalle torme dei migranti, ben addestrati, già a casa loro, a sfruttare i residui presunti fasti di una terra vista come munifico Eldorado.

Ma la fine di un mondo, lenta agonia modulata sulle prediche bizzarre e spocchiose degli euroburocrati, eppur più chiaramente percettibile tra le strade dei centri storici e in mezzo ad una gioventù ormai sbracata e abulica, impugnata abilmente dal giogo socialtelematico, va misurata soprattutto nella resa progressiva della civiltà comunitaria a base cristiana che avvertiamo ogni giorno nell’ambito della realtà cosiddetta privata.

Quaranta anni fa il “riflusso nel privato”, sanzionato da testimoni stanchi di terrorismo e morti a motivazione politica (ma non si trattava forse di un abile mossa per liquidare la vecchia società “borghese” come sostiene Diego Fusaro?) segnò la fine del progetto di collettivismo forzato dando avvio alla più capillare operazione di desacralizzazione del vivere quotidiano. Il progressivo smantellamento delle consuetudini che facevano capo alla famiglia e alle istituzioni di prossimità (scuola, chiesa, territorio) con uno stile di vita e pensiero, ha comportato la creazione di un nuovo modello comportamentale sinteticamente definito postmoderno.

Con tre dimensioni prevalenti, ben identificate dallo scrittore francese R. Millet nel suo ultimo libro: postsessismo, postetnismo e postcristianesimo, una sorta di Idra di Lerna del ventunesimo secolo che apparirà addirittura scontato per le generazioni a venire se non interverremo in qualche modo con il coraggio e la perseveranza di un novello Ercole.

Di fronte a queste ultime tre categorie, che pascolano con saccenza nella prateria fornita dal linguaggio della nuova biologia a base antropologica – si è arrivati ultimamente ad affermare chela storia umana va letta solo come lungo distendersi di fenomeni migratori – della eugenetica e della pedagogia del gender ispirata alla più completa libertà sessuale, e hanno deciso di abitare negli scaffali telematici di una New Age connivente colla aggressiva dirittualità dei nuovi soggetti di cittadinanza, risulta difficile e un po’ penoso ritirare fuori l’almanacco, pur laccato in oro, dei pensatori novecenteschi che hanno tentato in tutte le maniere di arrestare la corrente che portava alla delegittimazione dei valori tradizionali, precristiani e cristiani. Non è un caso che i veri ultimi Maestri di Pensiero siano stati coloro che hanno contrastato il mondialismo incalzante, da Ortega a Pasolini.

La demonizzazione dei vari Evola, Guénon e Jünger ha fatto il resto.

Gli stessi Maestri del vero federalismo, da De Rougemont a Miglio, ricevono bastonate continue dal pensiero unico e se ci addentriamo, come estrema ratio, nel pantheon cristiano, vengono ridicolizzati dagli stessi cattolici postconciliari i personaggi narrativi di Greene e Papini. A tal proposito, basta dar un’occhiata alla letteratura dominante, quella che anima i vari festival in giro per l’Europa: le pagine culturali (ammesso che si chiamino ancora così) dei quotidiani cartacei e in rete si configurano ormai come palestra di gossip relativa ai nuovi guru della fiction, le cui pagine risultano chiaramente ispirate dai temi “fondanti” della multiculturalità e del vagabondaggio a sfondo orgiastico.

Certo, questi nostri Maestri hanno ancora qualcosa da dirci, meglio, da urlarci con il timbro della disperazione. E noi faremo sempre di tutto per cavare fuori dai loro insegnamenti quelle pillole di saggezza contro il mal di testa provocato dalle narrazioni borborigmiche dei media. Il fatto è che anche i pochi filosofi che oggi riescono a farsi percepire perlomeno come “originali” vengono reinterpretati e riciclati nella testualità e contestualità corrente, proprio secondo la migliore lezione di un arguto ma cattivo profeta come Roland Barthes. Si pensi ad esempio alla querelle sulla tecnocrazia.

Chi ne denuncia gli abusi portando argomentazioni spesso convincenti che partono dalla nuova riflessione sul rapporto tra Essere e Nulla, diventa il portavoce di una linea di pensiero che si inserisce nella dialettica di una democrazia che riconverte tutto in palestra di nuovi diritti individuali, senza cogliere affatto l’urgenza di una reale palingenesi.

Inutile allora che si affannino menti padane come Severino e Galimberti, risultano semplicemente funzionali al sistema, derubricati in qualità di profeti di quel nichilismo che impera sotto le ceneri dell’esistenza sociale, secondo le previsioni dello stesso Heidegger, altra voce inascoltata perché ritenuta politicamente scorretta.

Occorre ripensare la politica in quanto progettualità di pensiero, proprio in un momento in cui certe forze definite volgarmente populistiche acquistano base consensuale ed autorevolezza.

Trattate tutti quelli che vogliono uscire dall’Europa, popoli o cittadini, come dei minus habens, ridicolizzate come figlio dell’ignoranza il populismo incalzante, coprite di disprezzo chi non cede alla logica delle “coppie di fatto” e l’opera di propaganda risulta bella conclusa.
IDEE riparte con tanti spunti, con firme o profili di prestigio, che rappresenta il meglio di chi vuole tornare a pensare davvero in nome della identità e della sovranità, due parole chiavi che il vocabolario servile “del crepuscolo” vorrebbe cancellare per sempre.

Andrea Rognoni

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