Come l’ UE sostiene l’agricoltura italiana

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L’Unione europea negli anni ha costituito e costituisce tuttora un grave minaccia per l’agricoltura italiana, per i produttori e persino per la salute dei cittadini. Le decisioni di Bruxelles, prese sulla testa degli agricoltori, possono mettere in ginocchio interi comparti con conseguenze devastanti dal punto di vista economico e occupazionale, complice l’atteggiamento spesso imbelle dei governi nazionali. È il caso per esempio della risicoltura italiana, che da sola vale il 50% di quella produzione comunitaria: l’Ue ha tolto i dazi alle importazioni da Cambogia e Birmania, determinando l’invasione di riso asiatico nel mercato (import triplicato in un anno) e il conseguente crollo dei prezzi riconosciuti ai produttori, i quali rischiano di fallire unicamente per le incaute manovre del superstato europeo. Da tempo l’Ue ha deciso di smantellare le barriere commerciali che proteggono l’imprenditoria agricola italiana, concedendo una serie di agevolazioni per esempio all’import proveniente dal Maghreb. Com’è successo per l’aumento delle importazioni a dazio zero dell’olio tunisino, il cui sbocco commerciale in Europa è appunto il mercato italiano. Per non parlare dell’accordo sulla liberalizzazione dei prodotti agricoli e tra Ue e Marocco, che ha contribuito al dissanguamento di aziende che operano nel commercio di arance e pomodori: la situazione è così drammatica, a causa della concorrenza sleale agevolata da Bruxelles, che spesso diventa perfino diseconomico raccogliere ortaggi e agrumi. Peraltro Il settore agrumicolo in Italia è minacciato dal rischio di gravi patologie derivanti dell’importazione di prodotti infetti, con l’Ue che non prevede misure contenitive, come il blocco dell’import, per tutelare la salute dei cittadini. Del resto stiamo parlando di un’istituzione che ha tuttora in piedi un negoziato per l’ingresso della Turchia nell’unione, paese che invade il mercato comunitario con cibi pericolosi classificandosi al primo posto, addirittura davanti alla Cina, per allarmi alimentari comprovati: dai peperoni con pesticidi oltre i limiti e fichi secchi, nocciole e pistacchi trattati con sostanze cancerogene. Capitolo a parte meriterebbero i trattati di libero scambio predisposti o in via di definizione tra Unione Europea e Canada (Ceta), Sud America (Mercosur) e Giappone, che legalizzano per la prima volta nella storia, di fatto, le imitazioni dei più noti prodotti alimentari Made in Italy, nonostante le proteste del. Dall’Asiago “giapponese” al Grana Padano “brasiliano”, dal Parmigiano Reggiano contraffatto in “Parmesan” e “Reggianito” al Provolone (“Provoleta”), dalla “Mortadela” alla Fontina, dal Gorgonzola “giapponese” ai prosciutti Parma e San Daniele. Una contraffazione in piena regola dal valore record di 60 miliardi di euro che, incredibilmente, non viene contrastata ma autorizzata. Su quanto l’Ue danneggi l’agricoltura italiana, le sanzioni alla Russia rappresentano un caso di scuola. L’effetto dell’offensiva di Bruxelles contro la Federazione Russa, accettata passivamente dal governo italiano, ha determinato un danno alle esportazioni delle aziende italiane stimato in diversi miliardi di euro. E recuperare la quota di mercato sarà impresa ardua, dato che il sistema economico russo si è attivato per realizzare in loco prodotti di imitazione del made in Italy, come le mozzarelle e non solo. Poi c’è la questione delle quote pesca e delle restrizioni che Bruxelles impone a un settore cruciale per il nostro Paese: il Superstato stabilisce lunghezza delle reti e dimensioni delle maglie, inadatte al tipo di pesce presente nei mari italiani, con la conseguenza che i pescatori sono costretti a operare con mezzi inadeguati e rischiano sanzioni salatissime in caso di pesca accidentale di taglie minime o persino in caso di errori nella trascrizione del nome in latino della specie in questione. Ma nulla dovrebbe più sorprenderci in questo senso. Del resto Bruxelles negli anni ha autorizzato la produzione di formaggi e yogurt senza latte, ma con la polvere di latte. Poi il vino senza uva, acconsentendo alla vendita di pseudo-vino da produrre con un kit di polveri miracolose acquistate online, con la promessa di ottenere, con l’aggiunta di acqua, una brodaglia accostabile alle etichette italiane più prestigiose. Sempre per quanto riguarda il vino, Bruxelles consente la pratica dello zuccheraggio, considerato un inaccettabile “trucco di cantina”. Poi la carne annacquata, con l’Ue che consente di non indicare l’aggiunta di acqua per alcune tipologie di prodotti. Quindi il cioccolato senza cacao, con Bruxelles che ha imposto all’Italia di dare il via libera al cioccolato prodotto con l’aggiunta di grassi vegetali differenti dal burro di cacao. Un caos che imporrebbe la cosiddetta etichettatura di origine su una molteplicità prodotti lavorati e non, spesso negata dagli euroburocrati. I quali intendono affamare ulteriormente la nostra agricoltura tagliandole i fondi. Fermo restando che l’Italia è un contributore netto dell’Unione europea, ovvero da più soldi a Bruxelles di quanti ne riceva, l’Ue per il periodo 2020-2027 intende ridurre del 15% o del 30% i finanziamenti all’agricoltura, con il rischio di perdere 9 miliardi e di vedere persino il Sud Italia escluso dai programmi di sostegno.
Cristina Gambin

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