Stimolare gli investimenti valorizzando il risparmio nazionale

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Nel contesto attuale è comprensibile la volontà di Lega e 5 Stelle di stimolare gli investimenti: una scommessa sul futuro, sulla nostra capacità di tornare a ricoprire un ruolo da protagonisti sul campo da gioco Europeo e mondiale. Ho sempre creduto che, anche nell’ottica di limitare l’affidamento riposto sui finanziamenti pubblici, potrebbe essere utile coinvolgere il settore privato. Gli italiani hanno un’elevata propensione al risparmio che potrebbe essere proficuamente impiegata per ricostruire la dotazione infrastrutturale del paese, eventualmente prevedendo il ricorso ad opportune soluzioni di ingegneria finanziaria. Di recente ho elaborato una proposta che prevede la creazione di un fondo sovrano per gli investimenti che gode di garanzie statali e offre agli investitori retail e istituzionali rischi e rendimenti differenziati sotto forma di sconti fiscali e di extra-rendimenti legati alla performance del progetto finanziato.

 

Un simile fondo potrebbe operare in sinergia con la Cassa Depositi e Prestiti che anche in ragione del suo ruolo di “Istituto nazionale di promozione” (relativamente al Piano Juncker) potrebbe accentrare l’utilizzo dei fondi strutturali e di investimento europei oggi dispersi nei rivoli della burocrazia regionale e statale.

 

E poi meritiamo il supporto dei partner Europei: le disposizioni pro-cicliche del Fiscal Compact che impediscono ai governi di finanziare investimenti ad alta rimuneratività dovrebbero essere riviste in senso anti-ciclico e, al contempo – come ho suggerito in più occasioni – servono misure di sostegno diretto alle economie più fragili da parte delle istituzioni Europee come il Fondo Salva-Stati (ESM).

 

Queste soluzioni potrebbero agilmente mobilitare più di 100 miliardi di euro e spingere sull’acceleratore del nostro PIL consentendo tra l’altro di mettere sotto controllo l’evoluzione del debito pubblico.

 

L’enigma del debito pubblico senza sovranità monetaria

 

Altro tema centrale nell’interazione con l’Europa è l’approccio al debito pubblico. All’apice della crisi abbiamo toccato con mano quanto le fragilità architetturali dell’Eurozona possano favorire dinamiche divergenti tra i paesi membri: lo spread indicava un diverso costo del denaro per ognuno di essi, un’autentica “valuta-ombra” nell’economia finanziaria. La recrudescenza di questi giorni prova che il problema rimane irrisolto. Sul piano tecnico – come hanno osservato anche autorevoli economisti stranieri tra cui Paul De Grauwe e Peter Bofinger (membro del Consiglio dei consulenti economici del Governo tedesco) – stanti i limiti operativi di una BCE che ha esclusivamente un obiettivo in termini di inflazione, gli Stati dell’Eurozona si indebitano de facto in valuta estera, il che li rende estremamente vulnerabili in caso di difficoltà.

 

Nell’intento di contribuire al dibattito su questo argomento – finora appannaggio pressoché esclusivo dei tedeschi con l’edulcorata partecipazione della Francia – ho elaborato una proposta per realizzare una graduale mutualizzazione dei rischi-sovrani dei paesi membri (da non confondere con la mutualizzazione dei debiti) attraverso una garanzia sovranazionale del Fondo Salva-Stati. Al fine di evitare le consuete critiche della Germania e dei suoi vicini, gli Stati più indebitati (a partire dall’Italia) dovrebbero pagare all’ESM dei premi periodici pari al prezzo di mercato della garanzia ricevuta.

 

Grazie alla condivisione dei rischi (risk-sharing) tra i paesi membri, una simile misura ripristinerebbe l’unicità della struttura a termine dei tassi di interesse nell’Eurozona, archiviando definitivamente il dossier spread e permettendo di passare a un debito pubblico federale della nostra area valutaria.

Qualcosa di molto diverso dalla proposta ESBies – su cui il 25 maggio scorso è uscita la proposta di regolamento elaborata dalla Commissione Europea – che prevede una cartolarizzazione parziale dei titoli pubblici degli Stati membri senza alcuna condivisione dei rischi. I titoli di Stato verrebbero dunque impacchettati per emettere nuovi titoli: alcuni sicuri o “safe” come dicono gli autori della proposta, altri molto meno. Ma, come ho spiegato tempo fa sulle pagine del Wall Street Journal, gli ESBies non risolverebbero i problemi; piuttosto finirebbero per aumentare la segmentazione del mercato delle obbligazioni di emittenti pubblici all’interno della nostra area valutaria, per via della ripartizione in almeno due tranches (titoli senior e titoli junior) con profili di rischio-rendimento eterogenei. Non sarebbe altro che la formalizzazione dell’euro a 2 velocità.

 

Come ha notato Daniel Stelter fondatore del think tank Tedesco Beyond the Obvious sarà difficile ignorare le richieste dell’Italia, terza economia nonché paese fondatore dell’Eurozona. Speriamo che abbia ragione e che avanzando le proposte giuste si superino le rigidità tedesche. Investire su un futuro dell’euro a rischi condivisi è infatti una responsabilità di tutti i partner dell’Eurozona tenuto conto che come diceva Flaiano “il meglio è passato”: il petrolio non è più a 30 dollari al barile e prima o poi il ciclo economico ci volterà le spalle se non ha già cominciato.

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