I popoli europei traditi dalle forze politiche che li governano stanno dimostrando una sorprendente resistenza: vorrebbero costruire non ponti e neppure muri, ma porte di cui detenere il possesso delle chiavi.

Hanno capito che non possono attendersi nessun aiuto da questa Unione di finanzieri e banchieri, e per questo stanno lottando per recuperare la loro sovranità.

L’Unione europea è destinata a dissolversi proprio perché i popoli europei hanno cominciato a capire che è solo recuperando la loro sovranità che possono sperare di non essere travolti per sempre.

Il “sistema” globale presenta peraltro alcune linee di possibile incrinatura ben visibili già a partire dal fatto che, ogni volta ad esempio che il progetto di costituzione europea è stato sottoposto a referendum, è risultato respinto dalle relative popolazioni.

Il “sistema” si ritiene infallibile, e per questo risulta incapace di trarre una lezione dai propri errori di percorso, con la conseguenza di trovarsi imprigionato in una continua fuga in avanti, fatta di continue forzature.

L’ esempio classico è stato l’introduzione dell’euro, un fallimento di cui ci si ostina a non voler prendere atto; il “sistema” presuppone il sovradimensionamento della dimensione finanziaria e speculativa dell’economia (capitalismo fittizio), priva di un substrato nei processi reali di formazione della ricchezza (capitalismo reale), il che lo espone a continui rischi di collasso interno o alla crisi permanente.

Mancando di argomenti pubblicamente spendibili, il “sistema” non può che rinunciare (e in parte ha già rinunciato) a muoversi sul terreno della razionalità, per focalizzare l’esercizio del proprio dominio di massa su leve emotive elementari (la paura dei mercati, le minacce di ritorsioni, la strumentalizzazione di vittime innocenti come quelle dei disperati morti in mare).

Ma l’emozione è un’arma a doppio taglio; sta prendendo piede, su dimensione ormai anch’essa globale, un movimento di forze antisistema, ancora embrionale, che fa proprio il principio di identità nazionale, sulla base dell’idea che non ci possano essere popoli liberi in nazioni asservite.

Queste tendenze, che qui definiamo «sovraniste», sono ancora per la verità troppo legate agli schemi ideologici dei vecchi partiti della destra (e della destra estrema) con il rischio agli occhi dell’opinione pubblica di assimilare quei movimenti identitari che si battono giustamente per la difesa di interessi nazionali al nazionalismo del secolo scorso, con tutti i suoi corollari di razzismo, xenofobia, antisemitismo e via dicendo.

È facile allora, per il “sistema”, bollare di razzismo e xenofobia tutti coloro che in realtà si battono per un mondo non globale ma multipolare. Un pluriversum al posto dell’universum. Per vincere la battaglia contro il globalismo, i “sovranisti”, come abbiamo già detto, dovranno anzitutto liberarsi del pesante fardello del vecchio nazionalismo e far capire che la voglia di nazione oggi è anzitutto una voglia di libertà.
Paolo Becchi

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