«Abbiamo sempre più bisogno di migranti che contribuiscano al finanziamento del nostro sistema di protezione sociale», diceva Tito Boeri pochi mesi fa. Ovviamente la sinistra propende per questa tesi, mentre il centrodestra la contrasta. In generale il messaggio, più o meno subliminale, che è passato negli ultimi anni è proprio quello del presidente dell’Inps, sostenuto a gran voce dalla Ue e dall’Onu.
Però, al di là delle ideologie, sarebbe utile capire se e quanto siano utili gli immigrati a livello economico. In poche parole: serviranno per far crescere il Pil e salvare le pensioni o saranno un peso? La risposta ce la dà niente meno che la Banca d’Italia, attraverso una ricerca di Federico Barbiellini Amidei, Matteo Gomellini e Paolo Piselli dal titolo “Il contributo della demografia alla crescita economica”. Già, perchè il sottinteso di Boeri è: servono stranieri poichè gli italiani autoctoni non fanno più figli. Ebbene, il responso dei ricercatori di Via Nazionale è chiaro: fra 20 anni gli extracomunitari non solo non faranno aumentare la ricchezza italiana, ma addirittura la potrebbero danneggiare.
Per non essere ideologici, non possiamo non ammettere un fatto: le migrazioni sono parte integrante della storia. E spesso i migranti sono fondamentali per l’economia del Paese dove si trasferiscono. Gli italiani sono i testimonial di questo concetto, basti pensare al loro contributo positivo quando emigrarono in mezza Europa, Sudamerica o Usa. Anche in termini demografici.

Lo stesso discorso vale, a parti invertite, per il nostro Paese: «Gli sviluppi demografici sarebbero stati ancora più penalizzanti per l’economia italiana – sottolineano i tre studiosi di Palazzo Koch – se non fosse intervenuto negli ultimi 25 anni un significativo flusso migratorio in entrata. Storicamente, prima degli anni ’80 del XX secolo, l’immigrazione verso l’Italia è stata trascurabile… Solo in tempi recenti questo carattere si è ribaltato. Secondo i dati Istat, nel 1981 i cittadini stranieri residenti (registrati all’anagrafe) in Italia erano poco più di 200.000, mentre sono diventati poco più di 5,1 milioni all’inizio del 2018. Le migrazioni influenzano direttamente la struttura per età della popolazione. Oggi, come ieri, la maggior parte dei migranti è rappresentata da individui in età lavorativa. «La classe di età con maggior frequenza nella distribuzione per età degli italiani che emigravano negli Stati Uniti all’inizio del XX secolo era la classe 20-25, non differente da quella degli immigrati al loro arrivo in Italia negli ultimi tre decenni».
In generale, continua lo studio, «i Paesi che ricevono i flussi migratori vedono aumentare la quota di popolazione in età lavorativa e ridursi il tasso di dipendenza dalla popolazione più anziana. Inoltre le migrazioni, modificando il tasso medio di fertilità, possono avere un ulteriore impatto (ritardato) su dimensione e struttura per età della popolazione… Questo contributo può persistere per una o più generazioni, fino a quando il comportamento riproduttivo dei migranti non converge verso i minori tassi di fertilità delle popolazioni autoctone».

Tutto chiaro, ora però capiamo bene quanto l’ingresso di stranieri possa fare del bene alla nostra economia: «Il contributo degli stranieri, modesto nel decennio 1981-1991, è andato progressivamente aumentando coerentemente con l’aumento della popolazione immigrata. Particolarmente importante è risultato il contributo alla crescita del Pil nel decennio 2001- 2011: la crescita cumulata è stata positiva per 2,3 punti percentuali mentre sarebbe risultata negativa e pari a -4,4% senza l’immigrazione … Ancora significativo è risultato il contributo della popolazione straniera per l’ultimo quinquennio: la flessione del PIL pro capite (-4,8 per cento) sarebbe stata nello scenario controfattuale di assenza della popolazione straniera più severa (-7,4 per cento)». In effetti, senza gli stranieri regolari e integrati, parecchie aziende soprattutto del Nord sarebbero in difficoltà. Però «dal 2041 anche il contributo dell’immigrazione diverrebbe negativo. I risultati sono simili a quelli per gli altri principali paesi avanzati, anch’essi con un dividendo demografico negativo – ovvero l’impatto dell’invecchiamento sulla crescita economica – su tutto il prossimo cinquantennio, e questo anche in presenza di tassi di crescita della popolazione positivi come nel caso di Francia e Gran Bretagna».
In sostanza, si evince dall’occasional paper di Bankitalia, l’apporto degli immigrati in termini di potenziale crescita economica risulterà negativo nei prossimi decenni. Ma non fra tanti… Fra poco più di vent’anni. Lo studio è chiaro: gli stranieri servono al Pil, ma non sono la soluzione. Anzi, a forza di importarne, diventano un peso.

Chi lo dice a Boeri?

G. Zulin

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