Il referendum autogestito dell’1 ottobre 2017 ed i risultati delle successive elezioni del 1 dicembre che hanno stabilito una significativa maggioranza favore dell’indipendenza catalana, hanno provocato una scomposta reazione giudiziaria da parte del governo spagnolo, che ha sospeso l’’autonomia della Catalogna in base all’Art. 155 della Costituzione iberica, aprendo una lunga crisi politica di difficile soluzione.
Il carattere chiaramente pacifico e democratico dell’indipendentismo catalano, rende sinceramente sproporzionata l’azione repressiva delle Autorità di Madrid che si nascondono dietro un formalismo giuridico che ricorda molto quello utilizzato nell’Unione Sovietica per reprimere il dissenso.
Quando, all’indomani di risultati elettorali chiaramente favorevoli all’autodeterminazione di Barcellona, praticamente tutti i vertici politici ed istituzionali catalani vengono arrestati e posti in detenzione preventiva (in Spagna può durare fino a 5 anni), ci si rende conto che la massima di Cicerone “Summum ius, summa iniuria” (“il massimo del diritto, il massimo dell’ingiustizia”) è più che mai di attualità nel cuore dell’Europa.
L’applicazione acritica del diritto – che non tenga conto delle circostanze a cui le sue norme devono essere applicate nel singolo caso e delle finalità a cui esse dovrebbero tendere – ne uccide lo spirito e può facilmente portare a commettere ingiustizie o addirittura costituire strumento per perpetrare l’ingiustizia.
Il caso catalano ha sottolineato l’incapacità dei vertici dell’Istituzioni europee, in primis dell’imbarazzante presidente della Commissione Juncker, ad esercitare un’azione di “moral suasion” nei confronti delle parti in causa, convincendo le autorità di Madrid che l’opzione esclusivamente repressiva, al di là dei formalismi giuridici, avrebbe causato un danno d’immagine e di credibilità al Governo spagnolo ed alla stesse Istituzioni europee. L’UE, immobile ed indifferente, applica una doppia morale ipocrita nel campo della difesa dei diritti democratici: da un lato puntigliosamente e platealmente critici nei confronti dei confronti di Polonia e Ungheria, dall’altro sorda e silente nella crisi catalana.
La posizione pilatesca di Juncker, giustificata dal rispetto assoluto della sovranità nazionale, è evidentemente in contraddizione con l’attività d’ingerenza svolta da decenni nei confronti di altri paesi membri, ostili a determinate politiche mondialiste e critici verso la suicida politica immigratoria proposta ed imposta dalla Commissione europea.
Non c’è da sorprendersi se, di fronte a questo miopismo politico, larghissimi strati delle popolazione catalana, che prima guardavano (ingenuamente) con simpatia e speranza la Commissione europea, ora nutrono delusione e scetticismo nei confronti dell’Unione Europea.
In che modo l’Unione Europea può pensare di attuare addirittura una politica estera comune, se non è nemmeno in grado di occuparsi di una gravissima crisi di legittimazione democratica scoppiata all’interno dell’area più sviluppata di un suo importante Stato membro? Come si fa ad ignorare la repressione poliziesca e giudiziaria dell’esercizio pacifico della volontà popolare, rappresentato dall’istituto referendum? Non vi è stata dunque una violazione dello spirito dell’Articolo 2 del Trattato sull’Unione Europea che prescrive l’uso della forza nei confronti dei cittadini europei, se essa viene usata per impedire l’esplicarsi dei diritti umani e democratici?
Questi interrogativi sono ad oggi stati ignorati dall’Unione Europea.
La gestione da parte del governo spagnolo della crisi catalana, inoltre contrasta in modo stridente con la condotta delle autorità britanniche nei confronti dell’indipendentismo scozzese, al quale Londra ha permesso l’organizzazione legale di un Referendum per l’indipendenza, che ha visto peraltro vincere alla fine democraticamente gli Unionisti.
La difesa dello status quo territoriale e dell’irreversibilità di Costituzioni e Trattati, come insegnato dal compianto Professor Miglio, molte volte è l’ultima difesa di coloro che avendo perso il sostegno popolare si trincerano in una torre d’avorio legalistica, che, opportunisticamente, ignora che tutti i cambiamenti storici in Europa sono stati prodotti da modifiche, riforme o rotture dell’ordine costituito. Questi cambiamenti in molti casi hanno anche dato vita a nuove organizzazioni statuali. Pensiamo per esempio ai nuovi Stati nati dalla dissoluzione sovietica (Paesi baltici, Repubblica Ceca, Slovacchia, etc.)
La Catalogna è la regione più sviluppata della Spagna e compone insieme alla Lombardia (con la quale condivide la Bandiera di San Giorgio) i famosi “Quattro motori d’Europa”, la sua identità linguistica e storica è fortemente radicata e non è superfluo ricordare che il contenzioso tra Barcellona e Madrid è di antica data, risalendo alla guerra di successione spagnola (1701-1715).
La crisi catalana non sarebbe stata possibili in Svizzera dove l’istituto del referendum è ampiamente utilizzato e dove nessuna giurisdizione può vietare l’espressione della volontà popolare, ancor meno in materia di riforme costituzionali.
Evidentemente non è un caso che il mandato d’arresto europeo emesso nei confronti del Leader catalano Puigdemont sia stato rifiutato da Belgio e Germania, due paesi federali che evidentemente sono più attenti alle sensibilità territoriali a livello europeo.
L’Europa, che globalisti sognano di privare delle sue identità locali, delle sue tradizioni e del suo pluralismo linguistico, sarebbe solo una ‘scatola vuota’: per questo è necessario difendere, per principio la causa della Catalogna, al di là delle differenti sensibilità politiche e culturali. Il nostro continente per sopravvivere alle sfide epocali del XXI° secolo ha bisogno dell’energia e della memoria di tutti i suoi popoli: tutto ciò che è genuinamente europeo ci appartiene
Giorgio Galleani

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here