In un periodo storico di instabilità economica e di grandi cambiamenti sociali, i governi degli ultimi anni sembrano incapaci di affrontare i grandi temi che la realtà ci offre quasi freneticamente: c’è poca visione politica. Questa considerazione di carattere generale ci porta allora a guardare al fenomeno dell’immigrazione con uno sguardo critico, senza una visione complessiva di un fenomeno dimentichiamo il domani, e in quel domani c’è la speranza di un futuro migliore per chi vive in questo paese e per chi ne è ospite.
Se l’articolo 1 della Costituzione italiana dispone che “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, ciò non può essere un’affermazione fine a se stessa, dobbiamo essere consapevoli che il lavoro è quell’elemento intorno al quale si sviluppa la cosiddetta società del benessere.
Senza lavoro, si spalancano le porte alla precarietà, la speranza nel futuro crolla e la povertà dilaga: non ci sono le condizioni per “un’esistenza libera e dignitosa” (art 36.1 Cost). E allora quando si è immigrati regolari e quando si è clandestini? Esistono i clandestini? C’è chi dice di no, dimenticando un dato reale molto importante: i confini degli stati nazionali. Finché esisteranno gli Stati nazionali, la clandestinità sarà una condizione che emerge dalla realtà dei fatti, prima che dal codice penale o da pensieri politici.
L’immigrazione è nel DNA dell’uomo, è vero, ma gli stati nazionali nel corso della storia hanno sempre cercato di regolamentare i flussi migratori in modo che l’immigrazione diventasse una ricchezza per il paese ospitante, e non un peso. La clandestinità è una forma di oppressione per lo stesso immigrato, è contro la dignità umana: senza lavoro, non c’ la possibilità di mantenere una famiglia, di realizzare la propria persona e di integrarsi nella società del paese ospitante, la clandestinità isola e spalanca le porte alla criminalità finalizzata alla sopravvivenza. Essa crea ingiustizia sociale e insicurezza: chi è clandestino va rimpatriato, non c’è futuro dignitoso per lui nel nostro paese. Quando l’immigrazione è fondata sul lavoro, invece, c’è la consapevolezza di poter lavorare e contribuire alla ricchezza economica del paese. Non per caso la tanto contestata legge Bossi-Fini pone, alla base della concessione del permesso di soggiorno, l’esistenza di un contratto di lavoro di soggiorno: un posto di lavoro è un posto nella società, è una condizione necessaria all’integrazione, insieme al rispetto delle leggi e della cultura del paese ospitante.
L’immigrazione regolata in base alle esigenze del mercato del lavoro è di qualità. Se manca il lavoro, tuttavia, occorre prendere atto della situazione reale del nostro paese, dei tanti giovani disoccupati e della precarietà di molti nuclei famigliari: queste sono le priorità di una politica attenta alle esigenze dei propri cittadini, perché solo attuando preventivamente politiche a favore di questi soggetti, potremo essere pronti ad essere un paese ospitante con delle prospettive da offrire.
Ciò che è avvenuto negli ultimi cinque anni è stato un aumento esponenziale di coloro che fanno domanda d’asilo nel nostro paese: c’è stato un evidente stravolgimento dell’utilità dello strumento della domanda d’asilo che ha portato a diversi problemi sociali e che ha evidenziato le debolezze dell’Europa nella gestione dell’immigrazione.
L’Italia si è ritrovata sola a gestire continui arrivi dalle coste libiche e non solo, e i governi italiani dal 2011 al 2018 sono stati incapaci di intraprendere azioni necessarie per contrastare l’immigrazione di massa e incapaci di farsi sentire in Europa. Nonostante l’abuso di uno strumento finalizzato a richiedere protezione e aiuto, la gestione comunitaria dei flussi migratori non può lasciare che questo fenomeno continui a importare esseri umani che, illudendosi di un futuro migliore in Europa, rischiano la vita attraverso quel tunnel della morte che è il Mediterraneo per arrivare in un paese dove la disoccupazione giovanile supera il 30%: oltre 15000 morti in mare negli ultimi 5 anni quelli accertati ovviamente, il bilancio è tragico, eppure coloro che sono sbarcati sulle nostre coste hanno fatto i conti con la realtà finendo molto spesso ad essere sfruttati come manodopera a basso costo nelle reti della criminalità organizzata. E’ chiaro, urge pianificare una strategia che coinvolga l’intera Unione Europea per la risoluzione di questa criticità, e non per l’affidamento della gestione di questo fenomeno al nostro paese, che è quello che di fatto è avvenuto.
Non possiamo continuare a consentire che migliaia e migliaia di giovani si illudano di lasciare la loro terra per un futuro incerto e destinato alla precarietà: il rispetto della normativa nazionale in materia di immigrazione serve proprio a garantire un flusso migratorio legato alle esigenze del marcato del lavoro. L’Europa, se vuole davvero aiutare tutti coloro che emigrano dai loro paesi in cerca di fortuna, deve farsi carico del problema, deve investire per lo sviluppo dei paesi africani nel rispetto della cultura e della tradizione autoctona.
L’Africa è un continente che è stato depredato da secoli: prima delle sue risorse naturali, e oggi delle sue risorse umane, e questo ha impedito ai paesi africani uno sviluppo economico che non fosse finalizzato ad interessi economici esteri, ma alla crescita dei paesi stessi e rispondendo alle reali esigenze interne.
La Lega di Matteo Salvini, a tal fine, sostiene le politiche finalizzate ad una crescita equilibrata e strutturata attraverso progetti di cooperazione e investimenti secondo una logica contraria a qualsiasi sfruttamento.

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